I ricordi di Claudio Colombano
Era la meta’ degli anni ’70, e a Montecatini Terme, dove vivevo, si respirava aria di cambiamento. Le radio private stavano nascendo ovunque: un po’ caotiche, sì, ma cariche di libertà. Per la prima volta, non eravamo più costretti al palinsesto “culturalmente monopolistico” dell’epoca, con le solite canzonette insulse. C’erano suoni nuovi, voci nuove… e io me ne innamorai subito.
I miei idoli? Il grande Enzo Mazzei (che all’inizio ascoltavo su Radio Pisa International ma poi venne a Radio One) e naturalmente tutta la Big One.
Ogni pomeriggio e ogni sera, ero lì, in ascolto. Quello che mi catturava di Radio One era tutto: la musica scelta con cura, i DJ professionali e la loro tecnica, i jingles che ti restavano in testa, e quelle novità assolute che nessun’altra radio aveva. Perfino programmi in inglese, con le ultimissime uscite internazionali, e le classifiche inglesi. Memorabile il Top of the Pops di Brian Matthews. Radio One sembrava decisamente più simile ad una radio anglosassone che ad una italiana.
Intanto, con un paio di amici a Montecatini, ci divertivamo a “giocare” alla radio: un vecchio trasmettitore militare piazzato su una collinetta, e rock progressivo in onda… quando ne avevamo voglia. Un’avventura amatoriale, certo, ma che mi insegnò molto: parlare al microfono, scegliere il brano giusto, far entrare la voce nel punto esatto di una canzone.
Poi, nel 1978, decisi di tentare il salto. Feci un provino per Radio One, registrato off-line in uno studio separato, quello dove si preparavano i jingles e le pubblicità. Le mie aspettative? Praticamente zero. Ma un paio di giorni dopo squillò il telefono: era Denys. Con voce calma e decisa, mi disse che voleva offrirmi un posto in radio. Quella telefonata cambiò tutto. Non solo mi aprì le porte di un mondo che sognavo… ma rimase per sempre uno dei momenti più emozionanti della mia vita.
La mia programmazione, in quegli anni, si svolgeva soprattutto nel pomeriggio o alla sera. Nel ’78 e nel ’79, se la memoria non mi inganna, passavo in studio qualche ora ogni due giorni, per tutto l’anno. Nei due anni successivi il ritmo cambiò: il microfono e la console mi aspettavano quasi esclusivamente d’estate, quando gli impegni universitari mi lasciavano finalmente respirare.
Uno dei compiti di ogni conduttore era scegliere periodicamente un cosiddetto “disco da lanciare”: un brano che, secondo noi, aveva buone probabilità di diventare un successo. Era divertente osservare fin dove riusciva a salire nella Top 20 settimanale di Denys.
A Radio One tutto sembrava nuovo, quasi magico. Ricordo i 45 giri con il foro piccolo, quelli importati direttamente dall’Inghilterra, che arrivavano freschi di stampa, ancora con l’odore del vinile appena pressato. Non era raro che fossimo tra i primissimi in Italia a far ascoltare nomi come Kate Bush o i Dire Straits, con brani che nel resto del Paese sarebbero arrivati settimane o, addirittura, mesi dopo, o a volte mai.
Poi c’erano i vinili speciali con i programmi di Brian Matthews: sul lato A, il format originale, con voce e musica; sul lato B, le stesse tracce ma senza parlato. Per un conduttore era come avere un laboratorio sonoro a disposizione — potevi introdurre le canzoni con la tua voce, sperimentare transizioni, persino creare mix in diretta.
E c’era un piccolo trucco tecnico che amavo particolarmente: il panno di stoffa sopra il piatto del giradischi. Serviva a disaccoppiare il rotore dal disco, in modo da fermarlo con la mano e rilasciarlo esattamente al momento giusto. Un’abilità che oggi, con i dispositivi digitali, non serve più — ma che allora dava un piacere quasi artigianale.
Sono ricordi vivi, pieni di voci, luci di spie rosse, mani che scorrono sui cursori e dischi che girano. E sapere che oggi Radio One respira ancora, in forma Web, mi riporta lì, come se fosse ieri.
The Big One, 1975 – ∞.
Claudio Colombano 1978
Claudio Colombano adesso




